Privacy Letters #90
Sovranità Digitale, Elezioni tedesche e propaganda russa , falla bitcoin e crisi IA .
Dalla comunicazione #90, intercettata solo in parte dai sistemi di controllo. I frammenti leggibili:
Europa sovrana digitalmente : Si Può !
L’IA che può spegnere il mondo
Falla critica : Allarme Bitcoin
Elezioni in Germania : Disinformazione Russa
L’Europa dispone del software necessario per una sovranità digitale totale
Marc Oehler, CEO dell’azienda tecnologica svizzera e fornitore di servizi cloud Infomaniak, afferma che le sfide alla sovranità digitale dell’Europa risiedono nel talento e nell’hardware.
Il dibattito sulla sovranità tecnologica europea, riacceso dalle politiche ostili dell’amministrazione di Donald Trump, ha portato le aziende europee sotto i riflettori.
Tra queste c’è Infomaniak, con sede a Ginevra, che si presenta come un fornitore indipendente di servizi cloud, web hosting e posta elettronica.
Oehler afferma che gli europei devono allontanarsi dall’idea sbagliata secondo cui le alternative europee alla tecnologia statunitense sarebbero inferiori.
«Continuare a rivolgersi agli Stati Uniti quando esiste un equivalente proprio qui non ha alcun senso.»
I rischi non sono più «puramente teorici»
Il dibattito sulla sovranità tecnologica ha portato ad un maggiore interesse per i servizi di Infomaniak e l’azienda ha anche avuto una crescita per quanto riguarda i nuovi clienti, seguendo una tendenza che è stata osservata anche presso altre aziende locali.
Sono inoltre in corso «discussioni promettenti» con governi e organizzazioni pubbliche europee.
«Le aziende si stanno rendendo conto che affidarsi a un sistema governato da leggi straniere rappresenta un rischio reale, non semplicemente teorico.»
Le preoccupazioni sono tante ed alimentano la spinta verso la sovranità,una tra tutte, la privacy dei dati. Le leggi statunitensi, come il Cloud Act del 2018, obbligano le aziende americane a fornire i dati richiesti dalle proprie forze dell’ordine, indipendentemente dal luogo in cui tali dati sono conservati.
Microsoft, per esempio, è stata recentemente accusata di aver fatto trapelare negli Stati Uniti dati di funzionari pubblici olandesi che lavoravano sulle normative tecnologiche europee, finiti alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.
Lo scenario del «kill switch», nel quale il governo statunitense ordina alle aziende americane di disabilitare le proprie tecnologie per i clienti europei, è stato a lungo considerato teorico.
Tuttavia, si è concretizzato nel giugno 2026, quando il governo statunitense ha ordinato ad Anthropic, uno dei principali laboratori di intelligenza artificiale americani, di sospendere temporaneamente l’accesso ai suoi modelli più avanzati, Fable 5 e Mythos 5, ai cittadini stranieri.
«A questo si aggiungono il vendor lock-in, che nel tempo diventa estremamente costoso da eliminare, e la dipendenza dai costi. Quando VMware o Microsoft aumentano i prezzi, il cliente non ha alcun potere contrattuale», aggiunge.
L’Europa soffre da tempo di una fuga di talenti tecnologici verso gli Stati Uniti, ma la tendenza si è invertita nel 2023. Ora sono più numerosi i lavoratori del settore tecnologico che si spostano dagli Stati Uniti verso l’Europa rispetto a quelli che fanno il percorso inverso, secondo un’analisi di Revelio Labs.
Il divario, tuttavia, rimane evidente nel campo dell’intelligenza artificiale, dove l’Europa è in ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina, nonostante disponga di università solide e di una ricerca di livello mondiale.
L’hardware rappresenta un problema nel lungo periodo, afferma Oehler, aggiungendo però che «l’Europa si sta muovendo nella giusta direzione con iniziative serie nel settore dei semiconduttori».
Il Chips Act 2.0 dell’UE, per esempio, è stato presentato nel giugno 2026 e mira a sostenere l’industria europea dei semiconduttori e a ridurre le dipendenze strategiche migliorando la competitività e stimolando la domanda, tra le altre misure.
Tuttavia, con oltre l’80% dei prodotti e dei servizi digitali nell’UE forniti da aziende straniere, molti esperti sottolineano anche quanto sia ancora lungo il percorso per rompere la dipendenza dalle tecnologie americane.
Un rapporto del 2025 realizzato da esperti internazionali stima che la costruzione dell’EuroStack, che comprende un’infrastruttura tecnologica indipendente, richiederebbe 300 miliardi di euro di investimenti e dieci anni per essere completata.
E il tempo stringe. Arthur Mensch, CEO della principale azienda europea di intelligenza artificiale Mistral, ha affermato che il continente ha due anni di tempo prima di diventare uno «Stato vassallo» dell’America nel campo dell’intelligenza artificiale.
Per Oehler, la condizione fondamentale per raggiungere la sovranità digitale consiste nello spostare la spesa verso i fornitori cloud locali.
Afferma che le aziende europee spendono attualmente 264 miliardi di euro all’anno per i servizi cloud forniti da aziende statunitensi e che questa dipendenza cresce di circa il 10% ogni anno.
«Se una quota significativa di questo denaro rimane in Europa, crea direttamente posti di lavoro, finanzia la formazione e mette in moto un circolo virtuoso», spiega Oehler.
Che cos’è un cloud sovrano?
Il cloud rappresenta un elemento fondamentale del puzzle della sovranità tecnologica europea. Attualmente, tre giganti americani, Google, Microsoft e Amazon , controllano circa il 70% del mercato europeo.
L’UE ha intrapreso azioni per affrontare questa dipendenza. Il prossimo «Tech Sovereignty Package» limiterebbe l’utilizzo da parte dei governi degli Stati membri dei fornitori cloud statunitensi per la gestione di dati sensibili.
I governi di Francia, Germania e Paesi Bassi hanno già iniziato a trasferire i dati dei propri ministeri e delle proprie agenzie verso il cloud europeo.
Esiste inoltre un dibattito su cosa significhi realmente cloud sovrano. Le aziende tecnologiche statunitensi offrono oggi soluzioni locali «sovrane», con una leadership europea e una governance indipendente, ma i critici le definiscono un caso di «sovereignty washing».
La decisione della Commissione europea di assegnare 180 milioni di euro a quattro fornitori cloud locali per rafforzare l’indipendenza digitale del blocco ha riaperto la questione della sovranità, dopo che è emerso che uno dei vincitori utilizza tecnologia Google.
Alcuni critici sostengono inoltre che la dipendenza dei fornitori cloud europei dai processori prodotti da aziende americane, come Intel e AMD, renda i dati sensibili vulnerabili a un’esposizione alle agenzie statunitensi.
Per Oehler, la sovranità del cloud europeo poggia su quattro pilastri: non essere soggetti alle leggi statunitensi come il Cloud Act, sviluppare proprie soluzioni software, non monetizzare i dati degli utenti e possedere e gestire i propri data center senza esternalizzare le attività all’estero.
La legislazione mette in pericolo i fornitori svizzeri
Il Cloud Sovereignty Framework dell’UE, parte del recentemente proposto Cloud and AI Development Act (CADA), stabilisce i parametri fondamentali per valutare la sovranità dei fornitori cloud.
Il sistema tiene conto del fatto che i dati siano archiviati ed elaborati nell’UE. Inoltre, valuta se i fornitori siano posseduti e controllati dall’UE e può persino esaminare la cittadinanza del personale.
Oehler afferma che la proposta CADA «manda un forte segnale politico e dà una struttura al dibattito», poiché rende l’open source una leva esplicita per la sovranità tecnologica e stabilisce requisiti di sostenibilità per la realizzazione dei data center.
Tuttavia, Oehler afferma che la logica della «preferenza interna» contenuta nella legislazione rischia di «relegare i fornitori svizzeri ai livelli inferiori», perché la Svizzera non fa parte dell’UE, nonostante abbia profondi legami economici e politici con il blocco.
L’IA ha aperto una nuova frontiera della guerra informatica
L’intelligenza artificiale sta cambiando la natura della guerra informatica. E l’Europa non può più considerarla un problema americano.
Fino a poco tempo fa, trovare una vulnerabilità davvero importante in un software era un mestiere da specialisti. Servivano anni di esperienza, conoscenze difficili da acquisire e una certa familiarità con sistemi che spesso sembravano progettati apposta per scoraggiare chiunque provasse a capirli.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale.
Ad aprile, Anthropic ha mostrato le capacità di Claude Mythos, un modello capace di individuare e sfruttare vulnerabilità software a un livello superiore a quello raggiunto dagli strumenti disponibili fino a quel momento. Tra gli esempi citati dall’azienda c’è una falla rimasta nascosta per 27 anni all’interno di un sistema operativo sicuro utilizzato per proteggere reti sensibili.
La notizia ha fatto rumore nel mondo della cybersicurezza, ma il punto più interessante non riguarda quella singola vulnerabilità. Riguarda ciò che potrebbe accadere quando la capacità di cercare falle, comprenderle e costruire un attacco smetterà di essere una competenza riservata a pochi specialisti.
Perché quello che oggi sembra uno strumento straordinariamente potente nelle mani di chi difende i sistemi potrebbe diventare, domani, un moltiplicatore di capacità nelle mani di chi li attacca.
E questa non è una questione che riguarda soltanto Washington.
Per un europeo, la domanda da porsi è un’altra: quanto siamo preparati al giorno in cui un modello di IA sarà capace di entrare nella complessità dei sistemi industriali con la stessa naturalezza con cui oggi analizza un programma?
Il problema non è più soltanto il computer
La differenza fondamentale è nel punto in cui cyberspazio e mondo fisico cominciano a sovrapporsi.
Un attacco informatico tradizionale può significare il furto di dati, il blocco di un servizio, la compromissione di un account, le infrastrutture critiche funzionano però diversamente. Dietro uno schermo ci sono pompe, valvole, interruttori, turbine, sistemi di dosaggio, reti elettriche e impianti che, alla fine della catena, devono fare qualcosa nel mondo reale.
Per anni, arrivare fino a quel punto è stato estremamente difficile. Non bastava penetrare una rete: bisognava conoscere il sistema industriale che quella rete controllava, non era e non è banale .
Per fare un esempio , nel 2017, hacker collegati dalle autorità statunitensi ad un istituto di ricerca militare russo penetrarono in un impianto petrolchimico saudita e cercarono di disattivare i sistemi di sicurezza. L’operazione fallì per un motivo quasi paradossale: il codice non riuscì a interpretare correttamente il comportamento dei controllori dell’impianto e provocò uno spegnimento protettivo, rivelando l’attacco prima che potesse produrre conseguenze peggiori.
Quella difficoltà rappresentava, fino a ieri, una sorta di barriera naturale.
La macchina poteva entrare, ma non capiva necessariamente ciò che aveva davanti.
L’intelligenza artificiale rischia di ridurre drasticamente questa barriera.
Un modello sufficientemente avanzato può leggere grandi quantità di codice, firmware e documentazione tecnica, riconoscere schemi e anomalie, cercare vulnerabilità e, soprattutto, ridurre il tempo necessario per trasformare una conoscenza specialistica in un’azione concreta.
È questo il vero salto di qualità.
Non significa che un attacco alle infrastrutture diventerà improvvisamente semplice. Significa qualcosa di più importante ed inquietante: la parte che oggi si reputa la più difficile da aggirare, potrebbe tra poco non esserlo più.
La nuova minaccia potrebbe essere fatta di tanti piccoli attacchi
Immaginiamo per un momento lo scenario più intuitivo: un attacco gigantesco che spegne una rete elettrica nazionale, interrompe le comunicazioni e paralizza una città.
Quante volte lo abbiamo visto nei film?
Ma incredibilmente questo scenario potrebbe non essere il problema principale.
Il rischio più serio potrebbe essere molto meno cinematografico: decine o centinaia di intrusioni distribuite contemporaneamente in sistemi diversi, ciascuna sufficientemente piccola da non sembrare decisiva ma nel complesso abbastanza significativa da compromettere la vita quotidiana.
Un acquedotto. Una sottostazione elettrica. Un nodo ferroviario. Un sistema logistico. Un impianto industriale. Una rete di distribuzione.
Non occorre necessariamente distruggere tutto, in alcuni casi basta poter dimostrare di poterlo fare.
È qui che la guerra informatica assume una dimensione nuova. Un accesso che rimane dormiente può diventare uno strumento di pressione, di ricatto o di deterrenza. Può essere sfruttato immediatamente oppure conservato per il momento in cui sarà più utile. La minaccia, in altre parole, non coincide più con l’attacco ma può coincidere con la possibilità dell’attacco.
L’Europa dovrebbe sentirsi chiamata in causa
Per chi vive in Europa, tutto questo può sembrare ancora una storia americana: Anthropic, OpenAI, Washington, infrastrutture statunitensi, legislazione americana.
Ma sarebbe un errore fermarsi ai nomi propri.
L’acqua che arriva in casa, l’elettricità che alimenta un ospedale, i treni che attraversano una frontiera, i porti che spostano merci e gli impianti che producono beni essenziali appartengono allo stesso mondo fisico e digitale. La geografia può cambiare. Il problema tecnologico no.
Molte infrastrutture industriali, inoltre, hanno una caratteristica che le rende particolarmente delicate: sono state progettate per durare molto più a lungo dei dispositivi che utilizziamo ogni giorno. Un telefono può essere sostituito in pochi anni, un sistema industriale può rimanere operativo per decenni. Questo significa che una vulnerabilità scoperta oggi non necessariamente può essere corretta allo stesso tempo.
In un ambiente industriale, aggiornare un sistema può significare fermare un impianto, verificare il comportamento di un controller, eseguire test locali ed ottenere nuove certificazioni. Non esiste sempre il semplice equivalente industriale del pulsante “aggiorna”.
Una tecnologia vecchia di quindici o vent’anni può continuare a controllare un processo essenziale. Ed è proprio qui che nasce una delle contraddizioni più pericolose dell’attuale corsa all’intelligenza artificiale.
Gli strumenti offensivi possono migliorare nel giro di mesi mentre le infrastrutture che devono difendersi possono avere bisogno di anni.
È una gara nella quale i due concorrenti non corrono per nulla alla stessa velocità.
La Cina è importante. Ma non è il solo problema
Nel dibattito americano, una parte consistente dell’attenzione è concentrata sulla Cina e sulla possibilità che Pechino sviluppi un modello capace di raggiungere il livello di Mythos.
È una preoccupazione comprensibile. Gli sviluppi cinesi nel campo dell’IA sono rapidi e alcuni laboratori stanno cercando di ridurre il divario con i modelli occidentali.
Ma per l’Europa c’è un’altra considerazione da fare.
Il problema non è soltanto stabilire quale Paese arriverà per primo.
Un modello sufficientemente potente, una volta reso disponibile, non appartiene più soltanto al laboratorio che lo ha creato. Può essere copiato, adattato, distillato, distribuito. Può essere utilizzato da uno Stato, da un gruppo criminale, da un servizio di intelligence oppure da qualcuno che dispone semplicemente delle risorse necessarie per acquistare l’accesso.
La storia recente della tecnologia insegna del resto che le capacità più avanzate tendono, con il tempo, a diventare meno esclusive. Oggi la distanza tra chi possiede uno strumento e chi deve difendersene può sembrare enorme.
Domani potrebbe non esserlo più.
Il tempo è la vera risorsa strategica
Anthropic ha scelto di non distribuire liberamente Mythos e di sottoporlo prima all’uso di organizzazioni impegnate nella difesa informatica attraverso Project Glasswing.
Anche OpenAI allo stesso modo ha adottato un approccio controllato con GPT-5.5-Cyber, offrendo il modello a squadre di sicurezza verificate.
Il principio alla base di queste decisioni è semplice: se una tecnologia può essere utilizzata per costruire attacchi molto più rapidamente di prima, la distribuzione indiscriminata comporta un rischio evidente di enorme portata.
Nel frattempo, però, la corsa continua.
Microsoft ha riferito di aver individuato vulnerabilità precedentemente sconosciute utilizzando sistemi di scansione basati su più modelli. Palo Alto Networks ha raccontato risultati simili durante i test effettuati sui propri prodotti.
Da un certo punto di vista, è la migliore notizia possibile.
Le macchine stanno diventando un alleato per chi lavora nella cyber security e riescono a trovare le falle prima degli aggressori.
Ma proprio per questo il tempo diventa essenziale.
Ogni mese nel quale i difensori possono utilizzare questi strumenti prima che diventino facilmente accessibili anche agli attaccanti rappresenta un vantaggio.
Non è un vantaggio permanente.
È una finestra.
E le finestre, per definizione, prima o poi si chiudono.
Il vero punto debole non è l’IA
La tentazione è pensare che la soluzione consista semplicemente nello sviluppare modelli ancora più potenti.
Non basta.
Il punto debole più importante rimangono le infrastrutture “obsolete”: sistemi costruiti ben prima che il problema che pone oggi l’IA esistesse, tecnologie che non erano nate per essere collegate ad Internet, infrastrutture difficili da aggiornare, operatori con risorse limitate ed una quantità enorme di debito tecnologico accumulato negli anni.
Questo vale per una centrale elettrica come per una rete idrica.
Una vulnerabilità può essere scoperta in pochi minuti e corretta in laboratorio. La patch, però, potrebbe non arrivare immediatamente sull’apparecchiatura che ne ha bisogno, in alcuni casi potrebbero trascorrere anni. Nel frattempo il mondo digitale cambia ogni giorno.
È questa la situazione che dovrebbe preoccuparci più di qualsiasi modello specifico.
La sicurezza non può più essere un problema nazionale
La cybersicurezza delle infrastrutture essenziali è stata spesso trattata come una questione tecnica, separata dalla geopolitica e dalla politica industriale.
L’arrivo dell’IA rende questa separazione sempre meno credibile.
Energia, acqua, trasporti, telecomunicazioni e manifattura non sono sistemi isolati. Sono parti di una stessa rete economica e sociale. Un attacco contro uno di questi elementi può propagarsi rapidamente agli altri ed un Paese non può proteggersi completamente da solo.
Per l’Europa questo significa anche superare una vecchia abitudine: considerare la sicurezza digitale come il semplice compito del reparto IT. Porca miseria non lo è. È una questione industriale, infrastrutturale e strategica.
Servono investimenti nella sicurezza dei sistemi legacy, programmi di aggiornamento realistici, maggiore coordinamento tra operatori pubblici e privati e soprattutto, capacità di reagire anche quando la prevenzione fallisce perché una parte degli attacchi passerà comunque.
La sicurezza assoluta appartiene più alla metafisica che all’informatica.
La resilienza, invece, è una cosa concreta, significa riuscire ad isolare un sistema compromesso, mantenere in funzione i servizi essenziali, ripristinare rapidamente quelli colpiti e impedire che un incidente locale diventi un collasso sistemico.
La domanda non è quando arriverà
La domanda che dovremmo porci, dunque, non è se arriverà il modello capace di fare ciò che oggi ci sembra quasi fantascientifico.
La domanda è cosa faremo quando arriverà.
Potrebbe chiamarsi Mythos oppure avere un altro nome. Potrebbe essere sviluppato negli Stati Uniti, in Cina, in Europa o altrove. Potrebbe essere un singolo modello o una combinazione di sistemi più piccoli che, insieme, producono lo stesso risultato.
Il nome conta relativamente poco. Conta la capacità.
Per anni abbiamo considerato le vulnerabilità informatiche come piccoli difetti nascosti dentro il software. Una volta scoperti, qualcuno li correggeva e la vita continuava. Con l’intelligenza artificiale, questa logica rischia di cambiare.
Quando trovare una vulnerabilità diventerà un’attività automatizzabile, la scarsità di specialisti smetterà di rappresentare la barriera che ha protetto molti sistemi fino a oggi.
E allora il problema non sarà soltanto avere computer più intelligenti. Sarà avere infrastrutture abbastanza robuste da sopravvivere a computer intelligenti nelle mani sbagliate.
Per l’Europa è già tempo di prepararsi.
Non perché una catastrofe sia inevitabile, ma perché l’informatica ha una particolare crudeltà: quando finalmente ci accorgiamo che una minaccia era reale, spesso significa che qualcuno ha già trovato il modo di usarla.
Allerta Bitcoin: una falla critica di BTCPay Server permette il furto di fondi
BTCPay Server, processore di pagamento Bitcoin open source, ha pubblicato con urgenza una patch dopo la scoperta di una falla critica che permette il furto di fondi. Gli operatori sono invitati a passare immediatamente alla versione 2.4.2 o a spegnere il proprio server.
Una vulnerabilità attivamente sfruttata su BTCPay Server
Il team di BTCPay Server ha lanciato nei giorni scorsi un’allerta di sicurezza di primo livello. Il software, utilizzato da numerosi commercianti per accettare direttamente pagamenti in bitcoin (BTC) senza intermediari, contiene una falla critica già sfruttata dagli attaccanti, con furti di fondi già segnalati.
Gli operatori devono quindi aggiornare immediatamente la propria istanza alla versione 2.4.2, attraverso il pannello di amministrazione. Chi non può applicare subito la patch deve spegnere il proprio server per interrompere l’accesso agli attaccanti.
La falla è stata segnalata agli sviluppatori dal Bitcoin Red Team, un gruppo volontario di ricercatori di sicurezza che nelle ultime settimane ha intensificato gli audit sui progetti Bitcoin.
Perché la patch non è sufficiente a proteggere
Passare alla versione 2.4.2 è indispensabile, ma non sufficiente. Secondo le note di rilascio del progetto, gli operatori devono inoltre rinnovare le credenziali di accesso utilizzate per connettersi ai nodi Lightning, così come le catene di autenticazione degli altri backend collegati alla propria istanza.
Chiunque abbia generato direttamente un hot wallet tramite BTCPay Server deve inoltre trasferire i propri fondi a un nuovo indirizzo e ricreare il portafoglio. Agli integratori viene inoltre chiesto di aggiornare NBXplorer, lo strumento di indicizzazione associato, alla versione 2.6.10.
Un utente, @darnzen su X, riferisce di aver già perso circa 0,26 BTC. Afferma di aver ricevuto l’allerta mentre era in viaggio e di aver perso di circa un’ora la finestra per mettere offline il server.
Un hack su Trezor
Questo incidente si verifica parallelamente ad un’altra importante allerta. Gli utenti del wallet Trezor sono il bersaglio di una campagna di phishing particolarmente efficace basata su false pubblicità sponsorizzate nei risultati di ricerca di Google. Cercando Trezor, alcune vittime possono essere reindirizzate verso un sito fraudolento che imita l’interfaccia del produttore di hardware wallet.
L’obiettivo degli attaccanti è spingere l’utente a inserire la propria frase di recupero, o seed, con il pretesto di un’operazione di verifica o di ripristino del portafoglio. Una volta ottenute queste parole, gli hacker possono ricostruire il wallet su un altro dispositivo e trasferire i bitcoin che contiene.
Circa 24 BTC sarebbero stati così rubati, pari a quasi 1,6 milioni di dollari al valore attuale del Bitcoin, intorno ai 64.897 dollari.
La Russia usa l’Operazione Matryoshka per colpire le elezioni tedesche con falsi video
Le reti di disinformazione legate alla Russia stanno utilizzando video di notizie falsi, accuse inventate e marchi di media impersonati nel tentativo apparente di influenzare le prossime elezioni regionali tedesche.
La campagna, nota come Operazione Matryoshka, è incentrata sulle elezioni del 6 settembre in Sassonia-Anhalt ed era già attiva durante le elezioni federali tedesche del 2025.
La campagna prende il nome dalla bambola russa matrioska perché le sue narrazioni false vengono distribuite attraverso molteplici livelli di account e siti web.
Il gruppo di ricerca anonimo Antibot4Navalny, che ha contribuito a portare alla luce la campagna incentrata sulla Germania, afferma che un account pubblica il materiale prima che altri bot lo ridistribuiscano.
Come funziona la campagna diffamatoria
Utilizzando lo stesso layout grafico di testate come la BBC, le notizie false appaiono più plausibili e vengono integrate nel normale flusso quotidiano dei contenuti di una persona, venendo assorbite senza essere messe in discussione.
Il materiale comprende video, immagini, meme, formati giornalistici e false prime pagine, con la BBC e l’emittente tedesca ARD tra i marchi che sarebbero stati impersonati.
Disinformazione sui politici tedeschi. Schermata da Deutsche Welle.
Secondo Deutsche Welle, un video falso ha preso di mira il sindaco di Berlino Kai Wegner con un’accusa di omicidio ai danni di un tennista professionista, sfruttando il fatto che il suo nome era stato precedentemente associato al tennis.
Wegner aveva effettivamente giocato a tennis durante un blackout a Berlino nel gennaio 2026, «per schiarirsi le idee», e così si era creato un collegamento con il tennis. I troll sono riusciti a sfruttare questo elemento per fabbricare un’accusa di omicidio. Nessun tennista era stato effettivamente dichiarato scomparso.
Il candidato del Partito della Sinistra Eric Stehr è stato falsamente accusato di aver ucciso sua nonna, di aver ucciso qualcuno per gelosia e di essere coinvolto in feste sessuali segrete.
«A quanto pare ero l’assassino di una modella con cui il mio ragazzo o la mia ragazza mi aveva tradito: sono state fornite entrambe le versioni»,
ha raccontato a ZDF il candidato del Partito della Sinistra Eric Stehr.
Le origini della disinformazione
Quattro fonti hanno riferito a Reuters che i servizi di sicurezza tedeschi ritenevano che le campagne fossero dirette centralmente dalla Russia.
Reuters ha inoltre riferito che l’operazione sarebbe stata condotta attraverso diverse aziende e avrebbe utilizzato i social media per distribuire video recanti i loghi di testate giornalistiche affidabili.
L’Operazione Matryoshka, tuttavia, non è stata collegata in modo conclusivo a una specifica istituzione governativa russa. Queste storie false vengono poi pubblicate su siti o piattaforme filorusse come Telegram, prima di essere diffuse attraverso i principali social network.
Secondo quanto riferito, la campagna utilizza siti tra cui la rete Pravda, prima di spostare i contenuti su piattaforme come X, TikTok e Bluesky.
Sembra essere progettata per indebolire i politici critici nei confronti di Mosca, sostenendo al contempo i partiti favorevoli a relazioni più strette con la Russia. Esistono inoltre diverse segnalazioni sull’utilizzo di troll farm per scopi ingannevoli.
Julia Smirnova del Centre for Monitoring, Analysis and Strategy di Berlino ha dichiarato a Deutsche Welle che l’attività attuale prosegue una strategia russa più lunga volta a sostenere i partiti filorussi screditando al contempo gli altri candidati.
«Questa campagna di influenza è attiva su diverse piattaforme dal settembre 2023. I suoi obiettivi hanno incluso le elezioni federali, le elezioni in Moldavia e Armenia e i Giochi Olimpici in Francia.»
ha dichiarato Julia Smirnova a Deutsche Welle.
Le autorità tedesche hanno affermato che gli obiettivi erano politici critici nei confronti del Cremlino, mentre sia l’AfD di estrema destra sia il BSW di estrema sinistra sono favorevoli a legami più stretti con la Russia e, pertanto, non sono stati presi di mira.
Una grande elezione regionale in arrivo
Il 6 settembre si avvicina un’importante elezione regionale nella regione centro-orientale della Sassonia-Anhalt e aumentano le speculazioni sul partito che arriverà primo.
L’AfD di estrema destra dovrebbe ottenere un risultato molto forte e potrebbe raccogliere circa il 40% dei voti.
L’Ufficio federale tedesco per la protezione della Costituzione ha dichiarato di essere a conoscenza dell’attività e che il suo scopo era influenzare il risultato elettorale.
In senso più ampio, questi tipi di campagne diffamatorie non prendono di mira soltanto la Germania. In particolare, dall’invasione russa dell’Ucraina, infangare la reputazione dei politici è avvenuto in diversi modi, come è accaduto, per esempio, in Moldavia lo scorso anno.
La Germania ha risposto agli attacchi creando un nuovo centro dedicato al contrasto delle minacce ibride e delle interferenze straniere.
Il Joint Defence Centre for Hybrid Threats, istituito a giugno, comprende un gruppo di lavoro concentrato sulla disinformazione e sulle interferenze straniere.
Il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt ha descritto la minaccia più ampia come «la guerra ombra del XXI secolo» e ha affermato che l’obiettivo degli aggressori era destabilizzare la Germania.



