Privacy Letters #84
Apple e Privacy, Pegasus ancora tu...
Dalla missiva #84, inoltrata lungo canali oscuri della rete globale. Ecco ciò che è sopravvissuto alla censura:
Apple e il mito della privacy
Pegasus, Europa, ed il fallimento della trasparenza
Quando l’AI diventa infrastruttura strategica
Corte Suprema USA e la geografia invisibile
Apple e il mito della privacy: quando “Hide My Email” potrebbe non nascondere nulla
C’è un dettaglio che rende sempre più complicato fidarsi degli strumenti “privacy-first” delle grandi piattaforme: funzionano finché nessuno guarda troppo da vicino.
Secondo quanto riportato da un ricercatore di sicurezza indipendente, una vulnerabilità nel sistema “Hide My Email” di Apple potrebbe permettere, in alcuni casi, di risalire all’indirizzo email reale associato ad un account Apple.
Non si tratta di una teoria astratta. Nei test condotti dal ricercatore Tyler Murphy (EasyOptOuts), l’alias creato con questa funzione sarebbe stato collegato all’email reale dell’utente in pochi minuti.
Apple, secondo la ricostruzione disponibile, sarebbe stata informata del problema da oltre un anno.
E qui la notizia smette di essere solo tecnica.
Hide My Email: una promessa semplice, un problema complesso
“Hide My Email” è uno degli strumenti più convincenti di iCloud+. L’idea è lineare: invece di usare la propria email reale, l’utente genera indirizzi casuali che inoltrano i messaggi alla casella principale.
Serve a ridurre spam, isolare servizi, limitare la profilazione. In teoria, è uno strato di anonimato pratico e immediato.
In pratica, è anche un punto di concentrazione di fiducia: se quell’alias può essere ricondotto alla persona reale, l’intero modello perde parte del suo significato.
Il test che cambia la percezione
Poco dopo la condivisione dell’alias, il ricercatore sarebbe stato in grado di risalire all’indirizzo email reale collegato all’account Apple.
Per ragioni di sicurezza, i dettagli tecnici non sono stati pubblicati.
Ma il punto non è solo cosa sia successo in quel test. È cosa implica la sua replicabilità.
Il nodo che Apple non ha ancora sciolto
La vulnerabilità sarebbe stata segnalata ad Apple nel giugno 2025. Nei mesi successivi, l’azienda avrebbe risposto che il problema era sotto indagine e che una correzione era già stata implementata.
Ma secondo il ricercatore, il comportamento sarebbe rimasto invariato anche dopo gli interventi dichiarati.
A maggio, Apple avrebbe confermato di essere ancora al lavoro sulla questione, chiedendo nel frattempo di non divulgarla pubblicamente.
La parte che raramente viene detta ad alta voce
Il punto interessante non è solo se questa vulnerabilità sia “grave” in senso tecnico.
Il punto è che strumenti come Hide My Email non vivono in isolamento.
Vivono dentro un ecosistema in cui:
gli indirizzi email sono correlabili a dati pubblici
i data broker esistono e sono attivi
la re-identificazione è spesso più facile di quanto sembri
In altre parole: anche un alias “anonimo” può diventare un punto di partenza, non una barriera definitiva.
La mia lettura: la privacy non è una feature
C’è un pattern ricorrente che vale la pena notare.
Le grandi piattaforme tendono a presentare la privacy come una funzione attivabile:
“Hide your email”
“App Tracking Transparency”
“Private Relay”
Ma la privacy reale non funziona come un interruttore.
È un sistema di minacce, compromessi e limiti tecnici.
E quando una vulnerabilità emerge in strumenti di questo tipo, il problema non è solo il bug. È la distanza tra la promessa e il modello reale di sicurezza.
E adesso?
Secondo quanto riportato da alcune testate del settore, Apple starebbe valutando modifiche al servizio, incluso un cambio di dominio per gli indirizzi generati (da @icloud.com a @private.icloud.com), con possibili effetti anche sull’usabilità del sistema.
Ma la domanda più interessante non è cosa cambierà il servizio.
È quanta fiducia possiamo ancora delegare a strumenti che promettono anonimato dentro infrastrutture che, per design, conoscono tutto di noi.
Conclusione
Questa non è solo una storia su una vulnerabilità.
È una storia su quanto sia fragile l’idea che la privacy possa essere delegata a un pulsante dentro un ecosistema chiuso.
E forse, più che chiedersi se “Hide My Email” funzioni davvero, la domanda più onesta è un’altra:
cosa stiamo accettando quando scegliamo di farci proteggere dalla stessa piattaforma che ci identifica?
Quando il controllore viene controllato: Pegasus, il Parlamento Europeo e il fallimento della trasparenza
C’è una forma particolare di ironia che appartiene solo alla sorveglianza digitale.
Non è quella immediata, da headline. È più lenta. Più scomoda.
È il momento in cui scopri che chi sta indagando su uno strumento di spionaggio potrebbe essere stato spiato proprio da quello stesso strumento.
È quello che emerge da un nuovo report, secondo cui un ex membro del Parlamento Europeo che faceva parte della commissione PEGA sarebbe stato infettato da Pegasus mentre lavorava proprio sull’indagine relativa allo spyware.
Le informazioni si basano su analisi forensi del Citizen Lab dell’Università di Toronto e su ricostruzioni indipendenti.
Il fatto: Pegasus contro chi indagava Pegasus
Il caso riguarda Stelios Kouloglou, ex eurodeputato greco e giornalista investigativo, membro della commissione PEGA del Parlamento Europeo.
La commissione era stata creata nel 2022 per indagare sull’uso dello spyware Pegasus e di tecnologie simili all’interno dell’Unione Europea.
Secondo il report, il suo dispositivo sarebbe stato infettato più volte tra ottobre 2022 e marzo 2023.
In altre parole: durante il periodo in cui il Parlamento cercava di capire come venisse abusata la sorveglianza digitale, uno dei suoi membri sarebbe diventato un bersaglio di quello stesso ecosistema.
Il dettaglio che cambia la prospettiva
Pegasus non è un malware qualsiasi.
È uno spyware “zero-click” sviluppato da NSO Group, capace , in determinate condizioni , di compromettere un dispositivo senza alcuna interazione da parte dell’utente.
Accesso a messaggi, microfono, fotocamera, cronologia, posizione: non è una raccolta dati. È una presa di controllo.
Ed è proprio per questo che il caso PEGA è rilevante.
Non perché “dimostra” qualcosa di nuovo su Pegasus in sé, ma perché mostra quanto sia difficile separare chi osserva da chi viene osservato.
La commissione PEGA e il suo paradosso
La PEGA Committee del Parlamento Europeo era stata istituita per fare luce sull’uso improprio di spyware in Europa.
Ha prodotto raccomandazioni, audizioni, report.
Ma secondo diverse ricostruzioni, le sue conclusioni hanno avuto un impatto limitato sulle politiche successive della Commissione Europea.
E qui emerge il secondo livello della storia: non solo la vulnerabilità tecnica, ma quella istituzionale.
Una commissione che indaga sull’abuso di sorveglianza… mentre alcuni dei suoi membri potrebbero essere stati bersaglio della stessa sorveglianza.
Il punto non è solo chi ha attaccato
Secondo Citizen Lab, non esistono attribuzioni definitive sull’operatore dietro gli attacchi.
Questo è importante: nel mondo dello spyware avanzato, l’attribuzione è spesso incompleta, deliberatamente opaca o politicamente sensibile.
Ma il nodo non è solo “chi”.
Il nodo è il sistema che rende possibile questo scenario:
spyware venduto a governi
uso in contesti politici sensibili
difficoltà di audit indipendente
e un ritardo strutturale nella risposta istituzionale
È un modello in cui la tecnologia è più veloce della governance.
Una domanda scomoda: cosa significa “controllare lo spyware”?
Per anni il dibattito europeo ha oscillato tra due posizioni:
regolamentare lo spyware come strumento legittimo di sicurezza nazionale
oppure limitarlo drasticamente per proteggere diritti fondamentali
Ma casi come questo spostano la domanda.
Non è più solo “dovremmo usarlo?”
Diventa:
chi può garantire che non venga usato contro chi lo sta studiando?
Il dettaglio che spesso viene ignorato
C’è un elemento quasi invisibile in queste storie.
Non è solo la potenza dello spyware.
È la sua normalizzazione.
Quando strumenti di questo tipo diventano parte dell’ecosistema statale, il confine tra:
sicurezza
sorveglianza
e abuso politico
diventa progressivamente più sottile.
E a quel punto non serve più una violazione eccezionale.
Basta un uso ordinario.
La mia lettura: il problema non è Pegasus
Pegasus è diventato il simbolo perfetto perché è estremo.
Ma il vero problema non è lo spyware più sofisticato.
È il fatto che abbiamo costruito un sistema in cui:
la sorveglianza è industrializzata
la vendita è globalizzata
e la trasparenza è opzionale
In questo contesto, casi come quello di Kouloglou non sono anomalie.
Sono casi limite che mostrano dove il sistema può arrivare quando non incontra freni reali.
Conclusione
La storia della PEGA Committee e di Pegasus non è solo una storia di hacking.
È una storia di asimmetria.
Tra chi osserva e chi può essere osservato.
Tra chi scrive le regole e chi opera nel buco nero tra una giurisdizione e l’altra.
E forse la parte più inquietante non è che un parlamentare possa essere spiato mentre indaga sullo spyware.
Ma che, a distanza di anni, questo non sorprenda più nessuno quanto dovrebbe.
Quando l’AI diventa infrastruttura strategica: export control, Anthropic e la nuova geopolitica dei modelli
C’è un momento in cui una tecnologia smette di essere “un prodotto”.
E diventa infrastruttura strategica.
Secondo quanto riportato da varie fonti internazionali, il governo statunitense ha revocato i controlli all’export sui modelli di cybersecurity avanzati di Anthropic, ristabilendo l’accesso globale ai sistemi Fable 5 e Mythos 5 dopo una sospensione durata circa tre settimane.
Sulla superficie, sembra una semplice rettifica regolatoria.
Ma in realtà è un segnale molto più interessante: l’ingresso ufficiale dell’AI frontier nella logica delle export control policy, lo stesso framework usato storicamente per chip, semiconduttori e tecnologie militari.
Il fatto: un blocco senza precedenti, poi il rollback
A giugno 2026, il Dipartimento del Commercio statunitense aveva imposto restrizioni all’accesso globale ai modelli più avanzati di Anthropic, in particolare Fable 5 e Mythos 5.
Il motivo ufficiale: rischi legati alla sicurezza informatica e alla possibile abusabilità dei modelli.
Per la prima volta, non veniva limitato un chip o un hardware.
Ma un modello AI operativo.
La risposta di Anthropic è stata drastica: sospensione globale dell’accesso per garantire compliance.
Poi, dopo negoziazioni con il governo statunitense e la messa in atto di nuove misure di sicurezza, le restrizioni sono state revocate.
Fable 5 è tornato globale. Mythos 5 resta invece parzialmente limitato a organizzazioni statunitensi selezionate.
Il punto tecnico: non è (solo) una questione di sicurezza
Ufficialmente, la sospensione era legata a una vulnerabilità scoperta in alcuni comportamenti del modello, che potevano essere sfruttati per identificare e potenzialmente generare codice di exploit.
Ma ridurre tutto a una “patch di sicurezza” sarebbe fuorviante.
Perché la vera questione è un’altra:
chi decide quando un modello è abbastanza sicuro da essere esportato?
E soprattutto: su quale base si definisce “sicuro” un sistema che può già, per design, accelerare capacità offensive e difensive nel cyber-spazio?
La nuova categoria: AI come tecnologia dual-use
Il linguaggio che sta emergendo in queste settimane è importante.
Non si parla più solo di “AI safety”.
Si parla di dual-use capability.
Un modello come Fable 5 non è soltanto uno strumento di produttività o coding.
È anche, potenzialmente:
un acceleratore di vulnerability discovery
un supporto per offensive security research
un moltiplicatore di capacità cyber
Ed è qui che entra la logica delle export control.
Perché una volta che una tecnologia diventa dual-use, smette di appartenere solo al mercato.
E entra nella sfera della sicurezza nazionale.
Il precedente che conta davvero
Questo episodio è importante non tanto per cosa è successo ad Anthropic.
Ma perché stabilisce un precedente:
per la prima volta, il governo USA ha utilizzato strumenti di export control per limitare l’accesso a un modello AI commerciale.
Non chip. Non GPU.
Software cognitivo.
Questo cambia la traiettoria regolatoria in modo silenzioso ma profondo.
Per anni, la narrativa è stata: “regoliamo l’AI con linee guida, audit, e safety frameworks”.
Ora emerge un altro livello:
controllo diretto sull’accesso ai modelli più avanzati come asset strategici.
Il livello geopolitico che non si dice esplicitamente
Dietro questa vicenda c’è un tema più ampio che riguarda tutta l’industria AI:
la trasformazione dei modelli frontier in leva geopolitica.
Non è un caso che:
le restrizioni siano state applicate in modo temporaneo e reversibile
il rilascio sia avvenuto dopo coordinamento diretto tra azienda e governo
e che l’accesso a certi modelli rimanga differenziato per paese e istituzione
In altre parole: l’AI non è più solo globalizzata.
È selettivamente accessibile.
La lettura più scomoda: la simbiosi tra AI lab e stato
Un dettaglio interessante emerso dalle ricostruzioni è il livello di coordinamento tra Anthropic e il governo statunitense durante la risoluzione del blocco.
Questo non è insolito in assoluto.
Ma indica una direzione precisa:
le aziende AI non stanno solo sviluppando modelli.
Stanno diventando partner strutturali nella definizione di policy di sicurezza nazionale.
E questo cambia la natura stessa del settore.
Non è più solo mercato.
È co-governance tecnologica.
La domanda vera non è “chi ha ragione”
Il dibattito pubblico tende a polarizzarsi:
troppa regolazione = freno all’innovazione
poca regolazione = rischio sistemico
Ma questa vicenda suggerisce che la domanda sia ormai un’altra.
Non “quanto regoliamo l’AI?”
Ma:
chi ha il potere di spegnere o limitare un modello frontier, anche temporaneamente?
Perché quel potere esiste già.
Ed è stato appena esercitato.
Conclusione
Il ritorno di Fable 5 e Mythos 5 non è solo una notizia tecnica.
È un segnale.
L’AI frontier non è più solo una corsa tra aziende.
È diventata una infrastruttura regolata, negoziata e, in alcuni casi, sospesa come se fosse una risorsa strategica nazionale.
E forse il punto più importante non è che questi modelli possano essere limitati.
Ma che ormai sia normale che lo siano.
Ecco una versione editoriale completa, più originale e con una voce riconoscibile per Substack, trasformando la notizia in un pezzo su dottrina, potere statale e “normalizzazione” della privacy costituzionale.
La Corte Suprema e la geografia invisibile: quando la Costituzione riconosce i dati di localizzazione
C’è una categoria di casi che non cambiano solo la legge.
Cambiano il modo in cui il potere guarda le persone.
La recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti sul trattamento dei dati di localizzazione rientra esattamente in questa categoria: un riconoscimento esplicito del fatto che i dati generati dai telefoni non sono un sottoprodotto tecnico, ma una forma di informazione personale protetta dalla Costituzione.
Secondo quanto riportato dall’Electronic Frontier Foundation e confermato da diversi resoconti legali del caso Chatrie v. United States, la Corte ha stabilito che i dati di localizzazione possono essere soggetti al Quarto Emendamento, rafforzando i limiti sull’accesso governativo a queste informazioni.
Ma la vera notizia non è solo la decisione.
È ciò che la decisione implica.
Il caso: quando la posizione diventa prova
Il caso nasce da una pratica ormai centrale nelle investigazioni digitali: i cosiddetti geofence warrants.
Si tratta di mandati che non partono da un sospetto.
Fanno l’opposto: partono da un luogo.
Le forze dell’ordine chiedono a piattaforme come Google di fornire dati di localizzazione relativi a tutti i dispositivi presenti in un’area e in un intervallo temporale specifico.
In altre parole: non si cerca una persona.
Si estraggono tutte le persone, e poi si filtra a ritroso.
Nel caso in questione, questo tipo di richiesta ha contribuito all’identificazione di un sospettato in relazione a una rapina avvenuta in Virginia.
La svolta giuridica: non è “solo dati condivisi”
Il punto centrale della decisione è un cambiamento di prospettiva giuridica.
Per anni, uno degli argomenti principali del governo è stato il cosiddetto third-party doctrine: se condividi dati con una piattaforma, perdi parte della tua aspettativa di privacy.
La Corte, invece, ha riconosciuto che i dati di localizzazione non rientrano facilmente in questa logica.
Come emerge dalla ricostruzione del caso, la Corte ha affermato che gli utenti mantengono una “ragionevole aspettativa di privacy” rispetto ai propri movimenti digitali, anche quando questi sono mediati da servizi esterni.
Questo è il punto di rottura.
Perché significa riconoscere che:
la delega tecnica non equivale a rinuncia alla privacy
e che i dati generati dall’uso quotidiano del telefono restano “propri” nella sostanza costituzionale
Il dettaglio più importante: la Corte non ha chiuso il caso
La decisione è importante anche per ciò che non fa.
La Corte non ha stabilito in modo definitivo la legalità del singolo mandato contestato.
Ha invece rinviato parti del caso ai tribunali inferiori per valutare la ragionevolezza della procedura e l’applicazione del “good faith exception”.
Questo è tipico del diritto costituzionale americano quando si trova davanti a tecnologie in evoluzione: invece di cristallizzare una regola rigida, la Corte costruisce un perimetro.
Un confine, non una risposta finale.
Il vero cambiamento: la fine della neutralità dei dati
La parte più interessante della decisione non riguarda il singolo caso.
Riguarda la natura dei dati digitali.
Per anni, la logica dominante è stata semplice:
i dati sono neutrali, il problema è come vengono usati
Questa decisione sposta l’asse.
I dati di localizzazione non sono più trattati come tracce accidentali.
Sono riconosciuti come:
persistenti
ricostruttivi della vita privata
capaci di rivelare associazioni, abitudini, identità
In altre parole: non descrivono solo dove sei stato.
Descrivono chi sei.
Il nodo geofence: sorveglianza senza sospetto
Il punto più controverso rimane il meccanismo dei geofence warrants.
Diversi giudici, nel corso del procedimento, hanno espresso preoccupazione per il fatto che questo tipo di strumenti possano trasformarsi in una forma di sorveglianza indiretta su persone non sospettate.
Il problema non è solo la precisione.
È la logica.
Perché un sistema che inizia interrogando tutti i dispositivi in un’area:
include inevitabilmente innocenti
crea retroattivamente sospetti
e rende l’anonimato situazionale quasi impossibile
La lettura istituzionale: il diritto che rincorre la tecnologia
Questa decisione si inserisce in una linea giurisprudenziale già avviata con casi come Carpenter v. United States, che aveva riconosciuto la sensibilità dei dati di localizzazione a lungo termine.
Ma la direzione è chiara:
il diritto costituzionale sta cercando di adattarsi a un ambiente in cui la sorveglianza non è più eccezionale, ma strutturale.
E questo crea una tensione permanente:
la tecnologia evolve in modo continuo
la legge evolve per blocchi discreti
La mia lettura: la privacy non è più un confine, è una negoziazione
Quello che emerge da questa decisione non è solo una vittoria per la privacy.
È qualcosa di più ambivalente.
È il riconoscimento che la privacy esiste ancora, ma non come stato stabile.
Esiste come:
negoziazione continua tra Stato, piattaforme e tribunali
equilibrio instabile tra accesso e protezione
e campo di conflitto permanente
In questo senso, la Corte non sta “proteggendo” la privacy.
Sta definendo fino a che punto può essere erosa senza perdere legittimità costituzionale.
Conclusione
La vera importanza di questa decisione non è giuridica in senso stretto.
È culturale.
Perché segna un punto preciso: la fine dell’idea che i dati di localizzazione siano un sottoprodotto tecnico innocuo.
E l’inizio dell’idea opposta:
che muoversi nello spazio digitale significa lasciare tracce costituzionalmente rilevanti.
E questo cambia tutto.
Non solo per le forze dell’ordine.
Ma per il modo in cui ogni dispositivo interpreta — e registra — la nostra presenza nel mondo.



