Privacy Letters #81
Tra sovranità tecnologica e privacy ...
Dalla trasmissione #81, cifrata e dispersa tra firewall e proxy. Questi sono i messaggi scampati alla rete di controllo:
La Francia vuole la sua sovranità tecnologica
La nuova geografia della sorveglianza
Gli smart glasses sono il nuovo fronte della privacy
Quando un algoritmo finisce in tribunale
La Francia vuole la sua sovranità tecnologica
Dalle telecamere intelligenti contro gli incendi alla rottura con Palantir: come Parigi sta costruendo un modello europeo di sicurezza digitale
Negli ultimi anni il dibattito sulla tecnologia è stato dominato da due grandi protagonisti.
Da una parte gli Stati Uniti. Dall’altra la Cina.
L’Europa è spesso apparsa come un osservatore. Un regolatore.
Un arbitro che scrive regole mentre altri costruiscono le infrastrutture del futuro.
Ma questa rappresentazione rischia di essere sempre meno accurata.
Tra tutti i Paesi europei, la Francia sta emergendo come uno degli attori più determinati nel tentativo di costruire una propria autonomia tecnologica.
Una strategia che coinvolge intelligenza artificiale, difesa, sorveglianza, cybersicurezza e infrastrutture critiche.
Tre notizie apparentemente scollegate pubblicate nelle ultime settimane mostrano chiaramente questa tendenza.
Guardate insieme raccontano una storia molto più grande.
La storia di un Paese che non vuole dipendere né dalla Silicon Valley né da Pechino.
Le foreste francesi sorvegliate dall’intelligenza artificiale
La prima notizia arriva dal sud della Francia.
Le autorità stanno introducendo nuove telecamere alimentate dall’intelligenza artificiale per individuare incendi boschivi nelle loro fasi iniziali.
L’obiettivo è semplice.
Ridurre il tempo necessario per identificare un focolaio.
Intervenire più rapidamente.
Limitare la propagazione delle fiamme.
Dal punto di vista tecnologico il sistema utilizza algoritmi capaci di analizzare immagini in tempo reale e individuare anomalie compatibili con fumo o principi di incendio.
In un contesto di cambiamento climatico e stagioni sempre più estreme, l’idea appare ragionevole.
La Francia ha visto crescere significativamente il rischio incendi negli ultimi anni.
Le foreste mediterranee e atlantiche sono diventate più vulnerabili.
Le autorità cercano quindi nuovi strumenti per proteggere il territorio.
Ma questa notizia pone anche una domanda importante.
Cosa accade quando le infrastrutture di sorveglianza vengono giustificate da obiettivi ambientali?
Per la prima volta vediamo sistemi di monitoraggio basati sull’AI introdotti non per motivi di sicurezza pubblica o controllo sociale, ma per la protezione dell’ambiente.
È un’evoluzione interessante.
Perché dimostra come l’intelligenza artificiale stia diventando uno strumento trasversale, capace di estendersi a ogni settore della vita pubblica.
Addio Palantir
La seconda notizia è probabilmente ancora più significativa.
Secondo diverse fonti, i servizi di intelligence francesi stanno progressivamente abbandonando le tecnologie di Palantir.
La decisione rappresenta un passaggio storico.
Per anni Palantir è stata considerata una delle aziende più avanzate al mondo nel settore dell’analisi dei dati e dell’intelligence.
Le sue piattaforme sono utilizzate da governi, eserciti e agenzie di sicurezza in numerosi Paesi occidentali.
Eppure Parigi sembra aver deciso che la dipendenza da una piattaforma straniera comporta rischi strategici troppo elevati.
La questione non riguarda soltanto il software.
Riguarda la sovranità.
Chi controlla i dati?
Chi controlla gli algoritmi?
Chi controlla gli aggiornamenti?
Chi controlla l’infrastruttura?
Per molti anni questi interrogativi sono stati considerati secondari.
Oggi sono diventati centrali.
La Francia sta inviando un messaggio molto chiaro.
Non basta avere accesso alla tecnologia. Bisogna anche controllarla.
La guerra dei dati passa dai droni
La terza notizia arriva dal settore della difesa.
Durante Eurosatory 2026, uno dei principali eventi europei dedicati alla sicurezza e alle tecnologie militari, un’azienda francese ha presentato una soluzione innovativa per l’utilizzo dei droni nelle attività ISR.
ISR significa Intelligence, Surveillance and Reconnaissance.
In altre parole: raccolta di informazioni, sorveglianza e ricognizione.
Il sistema consente ai droni di operare attraverso stazioni di supporto avanzate capaci di estenderne autonomia, copertura e capacità operative.
Potrebbe sembrare una semplice innovazione tecnica.
In realtà racconta una trasformazione più ampia.
Le guerre contemporanee vengono combattute sempre meno attraverso il controllo del territorio e sempre più attraverso il controllo dell’informazione.
Sapere prima.
Vedere prima.
Analizzare prima.
Decidere prima.
L’intelligence è diventata una delle risorse strategiche più importanti del XXI secolo.
Ed è esattamente in questo settore che la Francia sta investendo.
Un modello francese?
Se osserviamo queste tre notizie insieme emerge un quadro estremamente interessante.
L’intelligenza artificiale viene utilizzata per proteggere le foreste.
I servizi segreti riducono la dipendenza da piattaforme americane.
Le aziende nazionali sviluppano nuove infrastrutture per la raccolta e l’analisi delle informazioni.
Sono ambiti diversi.
Ma condividono una logica comune.
La costruzione di una capacità tecnologica autonoma.
Una capacità che permetta alla Francia di utilizzare strumenti avanzati senza dipendere completamente da fornitori esterni.
È una strategia che si inserisce perfettamente nel concetto di “sovranità digitale”, diventato uno dei pilastri della politica europea negli ultimi anni.
La Francia come laboratorio europeo
Forse la domanda più interessante non riguarda la Francia.
Riguarda l’Europa.
Parigi potrebbe infatti rappresentare un laboratorio per il futuro tecnologico del continente.
Un modello che tenta di conciliare tre obiettivi spesso in tensione tra loro:
innovazione tecnologica;
sicurezza nazionale;
autonomia strategica.
La sfida sarà capire se questa visione riuscirà davvero a produrre un ecosistema competitivo rispetto ai colossi americani e cinesi.
Perché nel mondo dell’intelligenza artificiale, della cybersicurezza e della difesa, la dipendenza tecnologica sta diventando una questione geopolitica.
E la Francia sembra aver deciso che il futuro non può essere costruito esclusivamente con tecnologie sviluppate altrove.
La nuova geografia della sorveglianza
Il rapporto che mostra come il controllo digitale stia diventando una caratteristica permanente del XXI secolo
Per anni abbiamo raccontato la sorveglianza come un problema tecnologico.
Telecamere.
Social network.
Smartphone.
Raccolta dati.
Pubblicità comportamentale.
Era una visione rassicurante.
Perché suggeriva che il problema riguardasse principalmente le aziende.
Bastava cambiare piattaforma,modificare alcune impostazioni,installare qualche strumento di protezione.
Oggi questa interpretazione appare sempre più insufficiente.
Un nuovo rapporto pubblicato dagli analisti di Recorded Future descrive un panorama molto diverso.
La sorveglianza non è più soltanto una questione commerciale.
È diventata una componente della competizione geopolitica globale.
E soprattutto non si manifesta più attraverso eventi eccezionali.
Sta diventando una presenza costante.
Silenziosa.
Distribuita.
Permanente.
La frammentazione del mondo digitale
Secondo Recorded Future, il 2025 è stato l’anno della frammentazione.
Le alleanze geopolitiche si stanno ridefinendo.
I conflitti regionali si moltiplicano.
Le tensioni tra potenze aumentano.
E ogni crisi possiede ormai una dimensione digitale.
La distinzione tra guerra, spionaggio, cybersicurezza e influenza politica sta diventando sempre più difficile da tracciare.
Ogni conflitto moderno produce conseguenze che attraversano reti informatiche, piattaforme digitali e infrastrutture tecnologiche.
Non esistono più fronti separati.
Esiste un unico ecosistema interconnesso.
Ed è proprio in questo ecosistema che la sorveglianza assume un ruolo centrale.
Gli avversari sono già dentro
Una delle conclusioni più inquietanti del rapporto riguarda il cambiamento delle strategie adottate dagli Stati.
Per anni l’attenzione si è concentrata sugli attacchi.
Le intrusioni.
I sabotaggi.
Le operazioni visibili.
Oggi il paradigma è diverso.
Secondo gli analisti, Cina, Russia, Iran e Corea del Nord stanno investendo sempre meno nelle operazioni spettacolari e sempre più nell’accumulo silenzioso di accessi all’interno delle infrastrutture digitali.
L’obiettivo non è necessariamente colpire subito.
L’obiettivo è essere presenti.
Aspettare.
Osservare.
Raccogliere informazioni.
Prepararsi.
Il rischio non è più l’attacco improvviso.
È la presenza invisibile.
La sorveglianza preventiva
Questo cambiamento introduce un concetto fondamentale.
La sorveglianza preventiva.
Tradizionalmente si sorvegliava per reagire.
Oggi si sorveglia per prepararsi.
Le infrastrutture critiche vengono osservate.
I sistemi cloud vengono monitorati.
Le reti di telecomunicazione vengono studiate.
Le identità digitali vengono mappate.
L’obiettivo è costruire una conoscenza approfondita dell’ambiente prima ancora che si verifichi una crisi.
È una logica che ricorda molto quella dell’intelligence militare.
Con una differenza.
L’ambiente osservato non è più il territorio fisico.
È quello digitale.
La crisi della verifica
Tra i passaggi più interessanti del rapporto emerge un concetto destinato a diventare centrale nei prossimi anni.
Verification failure.
Il fallimento della verifica.
Secondo Recorded Future il rischio immediato dell’intelligenza artificiale non è rappresentato da sistemi autonomi che prendono il controllo del mondo.
Il rischio più concreto è molto più semplice.
La difficoltà crescente nel distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è.
Deepfake.
Identità sintetiche.
Contenuti manipolati.
Documenti generati artificialmente.
Profili falsi.
L’IA sta abbassando drasticamente il costo della falsificazione.
E quando la fiducia diventa difficile da verificare, ogni interazione digitale diventa potenzialmente sospetta.
Dalla privacy alla sicurezza nazionale
Uno degli aspetti più interessanti del rapporto riguarda il modo in cui la sorveglianza viene reinterpretata.
Per molti anni il dibattito sulla privacy è stato presentato come un conflitto tra cittadini e aziende.
Oggi emerge una nuova dimensione.
La sicurezza nazionale.
Le infrastrutture digitali sono diventate risorse strategiche.
Le reti.
I cavi sottomarini.
I sistemi satellitari.
Le piattaforme cloud.
I database.
Le identità digitali.
Tutto ciò che trasporta informazioni è ormai considerato un asset geopolitico.
In questo contesto la raccolta dati non viene più vista soltanto come un’attività commerciale.
Diventa una questione di potere.
L’illusione dell’eccezionalità
Forse la lezione più importante del rapporto è un’altra.
Per molto tempo abbiamo considerato la sorveglianza come una risposta a situazioni eccezionali.
Terrorismo.
Criminalità.
Emergenze.
Conflitti.
Oggi il modello sta cambiando.
La sorveglianza non viene più costruita per reagire a una crisi.
Viene costruita perché la crisi è considerata permanente.
Instabilità geopolitica.
Cyberattacchi.
Disinformazione.
Conflitti ibridi.
Competizione tecnologica.
La percezione dominante è che il rischio sia costante.
E quando il rischio diventa permanente, anche gli strumenti di controllo tendono a diventarlo.
Una nuova geografia del potere
La conclusione del rapporto è forse la più importante.
Il potere del XXI secolo non dipenderà soltanto da eserciti, risorse naturali o capacità industriali.
Dipenderà dalla capacità di raccogliere, analizzare e interpretare informazioni.
Chi controlla i flussi informativi controlla una parte crescente della realtà.
Ecco perché il dibattito sulla privacy non può più essere confinato alle impostazioni di uno smartphone o alle policy di un social network.
La questione è molto più ampia.
Riguarda l’architettura stessa della società digitale.
Perché la nuova geografia del potere non si misura più soltanto in chilometri.
Si misura in dati.
E la sorveglianza è diventata la mappa attraverso cui quei dati vengono trasformati in influenza, sicurezza e controllo.
Gli smart glasses sono il nuovo fronte della privacy
L’Europa inizia a preoccuparsi degli occhiali intelligenti. E forse questa volta sta guardando nella direzione giusta.
Per anni il dibattito sulla privacy è stato dominato da uno schermo.
Lo smartphone.
Tutte le grandi battaglie digitali degli ultimi quindici anni sono passate da lì.
App.
Social network.
Geolocalizzazione.
Pubblicità comportamentale.
Raccolta dati.
Profilazione.
Lo smartphone è diventato il simbolo stesso dell’economia della sorveglianza.
Ma la prossima rivoluzione potrebbe non avere uno schermo.
Potrebbe essere indossata sul volto.
E potrebbe osservare il mondo attraverso i nostri occhi.
È per questo motivo che le istituzioni europee stanno iniziando a guardare con crescente attenzione al mercato degli smart glasses.
Un settore ancora relativamente piccolo ma destinato a crescere rapidamente nei prossimi anni.
E che potrebbe trasformare radicalmente il rapporto tra tecnologia, identità e spazio pubblico.
Dopo il telefono arriva il visore
Ogni generazione tecnologica introduce un nuovo punto di raccolta dei dati.
Il computer ha digitalizzato il lavoro.
Lo smartphone ha digitalizzato la vita quotidiana.
Gli smart glasses potrebbero digitalizzare la percezione stessa della realtà.
Questa è la differenza fondamentale.
Uno smartphone raccoglie informazioni quando decidiamo di utilizzarlo.
Un paio di occhiali intelligenti può raccogliere informazioni mentre guardiamo il mondo.
In modo continuo.
In modo naturale.
In modo quasi invisibile.
È una trasformazione che modifica profondamente la natura della raccolta dati.
Perché elimina una barriera che fino a oggi era sempre esistita.
L’atto consapevole di prendere in mano un dispositivo.
La paura del riconoscimento facciale permanente
Gran parte delle preoccupazioni europee ruota attorno a uno scenario specifico.
L’integrazione tra smart glasses, intelligenza artificiale e riconoscimento facciale.
Separatamente queste tecnologie esistono già.
Insieme potrebbero creare qualcosa di completamente nuovo.
Un sistema capace di identificare persone in tempo reale mentre vengono osservate.
Immaginiamo una strada qualsiasi.
Una stazione ferroviaria.
Un’università.
Un centro commerciale.
Ogni volto incontrato potrebbe potenzialmente essere associato a informazioni disponibili online.
Nome.
Professione.
Profili social.
Contatti.
Interessi.
La questione non riguarda soltanto ciò che la tecnologia può fare oggi.
Riguarda ciò che potrebbe essere in grado di fare tra pochi anni.
Ed è proprio questa prospettiva a preoccupare sempre di più i regolatori europei.
L’effetto Google Glass
Per comprendere il momento attuale bisogna ricordare un episodio spesso dimenticato.
Nel 2013 Google presentò i Google Glass.
All’epoca sembravano il futuro.
Una rivoluzione destinata a sostituire gli smartphone.
La reazione pubblica fu però molto diversa.
Molte persone percepirono immediatamente un problema.
Non era chiaro quando il dispositivo stesse registrando.
Non era chiaro chi potesse essere osservato.
Non era chiaro come sarebbero stati utilizzati i dati raccolti.
La diffidenza fu tale da contribuire al fallimento commerciale del progetto.
Tredici anni dopo il contesto è completamente diverso.
L’intelligenza artificiale generativa è maturata.
La computer vision è enormemente più potente.
Le batterie sono migliori.
I sensori più piccoli.
Le connessioni più veloci.
Ciò che nel 2013 appariva prematuro oggi appare inevitabile.
Dal dato al contesto
Uno degli aspetti più interessanti degli smart glasses riguarda la natura delle informazioni raccolte.
Non si tratta soltanto di immagini.
Si tratta di contesto.
Chi incontriamo.
Dove guardiamo.
Quanto tempo osserviamo qualcosa.
Quali percorsi seguiamo.
Quali oggetti attirano la nostra attenzione.
Questi dati sono estremamente preziosi.
Per le aziende.
Per gli inserzionisti.
Per le piattaforme.
Ma anche per chiunque sia interessato a comprendere il comportamento umano.
In altre parole.
Gli smart glasses rischiano di trasformare il mondo fisico nello stesso tipo di ambiente tracciabile che Internet è diventato negli ultimi vent’anni.
Il problema dell’invisibilità
Esiste poi una differenza fondamentale rispetto agli smartphone.
Gli smartphone sono visibili.
Quando qualcuno scatta una fotografia generalmente ce ne accorgiamo.
Quando una persona impugna un telefono possiamo intuire che stia utilizzando una tecnologia.
Gli smart glasses riducono drasticamente questa trasparenza.
La raccolta dati si integra nell’oggetto.
Diventa meno evidente.
Meno percepibile.
Più difficile da identificare.
Questo genera una situazione nuova.
Le persone potrebbero essere osservate, registrate o analizzate senza avere una chiara percezione che ciò stia avvenendo.
La battaglia che sta per iniziare
La discussione europea sugli smart glasses arriva in un momento particolare.
L’AI Act è appena entrato nella sua fase operativa.
I regolatori stanno cercando di comprendere come applicare le nuove norme ai sistemi basati sull’intelligenza artificiale.
Contemporaneamente aziende come Meta, Google e numerosi produttori asiatici stanno investendo miliardi nello sviluppo di dispositivi indossabili sempre più sofisticati.
Le due traiettorie sono destinate a incontrarsi.
Da una parte l’innovazione.
Dall’altra la regolazione.
Da una parte il mercato.
Dall’altra i diritti fondamentali.
La vera domanda
Per anni abbiamo discusso di privacy come di qualcosa che accadeva online.
Cookie.
Tracker.
Database.
Account.
Gli smart glasses ci costringono a cambiare prospettiva.
Perché riportano il problema nel mondo fisico.
La domanda non è più soltanto chi raccoglie i nostri dati.
La domanda diventa chi può osservare la realtà attraverso sistemi intelligenti.
E soprattutto quali informazioni possono essere estratte da quella osservazione.
La battaglia per la privacy del prossimo decennio potrebbe non combattersi sugli schermi.
Potrebbe combattersi davanti ai nostri occhi.
Letteralmente.
Quando un algoritmo finisce in tribunale
Una madre italiana cita in giudizio Meta e TikTok dopo il suicidio della figlia. La domanda è destinata a segnare il futuro delle piattaforme digitali: gli algoritmi possono essere considerati responsabili dei danni che provocano?
Per oltre vent’anni le piattaforme digitali hanno difeso la stessa posizione.
Noi non creiamo i contenuti.
Li ospitiamo.
Li distribuiamo.
Li organizziamo.
Ma non siamo responsabili di ciò che pubblicano gli utenti.
Questa distinzione ha rappresentato uno dei pilastri dell’economia dei social network.
Oggi però quella linea di difesa viene messa sempre più spesso in discussione.
Non perché le piattaforme producano direttamente contenuti dannosi.
Ma perché sono gli algoritmi a decidere quali contenuti mostrare.
A chi.
Quando.
Con quale frequenza.
E con quali conseguenze.
Una nuova causa avviata in Italia potrebbe diventare uno dei casi più importanti in Europa proprio su questo punto.
Una madre italiana, insieme ad altre famiglie, ha avviato un’azione legale contro Meta e TikTok sostenendo che gli algoritmi delle piattaforme abbiano contribuito ad alimentare il deterioramento psicologico della figlia dodicenne, morta suicida nel 2024 dopo essere stata esposta a contenuti legati all’autolesionismo e alla depressione.
La storia di Rossella
Secondo quanto riportato dai documenti della causa, Rossella Roggero Ugues aveva iniziato a cercare online contenuti che riflettevano il proprio stato emotivo.
Con il passare del tempo, le piattaforme avrebbero continuato a suggerire materiali simili attraverso i loro sistemi di raccomandazione automatica.
Dopo la sua morte, i genitori scoprirono un profilo Instagram segreto e un’attività online molto più intensa di quanto immaginassero. La famiglia sostiene che i sistemi di raccomandazione abbiano contribuito a creare un ciclo di esposizione continua a contenuti negativi e autolesionistici.
Meta e TikTok respingono le accuse e affermano di aver introdotto numerose misure di protezione per gli utenti più giovani, inclusi controlli parentali, limitazioni dei contenuti sensibili e strumenti dedicati alla sicurezza dei minori.
Il processo all’algoritmo
La vera novità di questa vicenda non riguarda i contenuti.
Riguarda il meccanismo che li distribuisce.
Per anni il dibattito pubblico si è concentrato sulla moderazione.
Rimuovere post.
Bloccare video.
Eliminare contenuti illegali.
Oggi il focus si sta spostando.
Sempre più spesso l’attenzione si concentra sui sistemi di raccomandazione.
Gli algoritmi che decidono cosa vediamo.
Perché un video compare nel feed.
Perché un contenuto viene suggerito.
Perché una persona riceve una sequenza specifica di informazioni.
La questione è cruciale.
Perché un algoritmo non è neutrale.
Ogni scelta di progettazione privilegia determinati comportamenti.
Determinate interazioni.
Determinate emozioni.
Il business dell’attenzione
Per comprendere il problema bisogna ricordare come funzionano le piattaforme moderne.
L’obiettivo principale non è mostrare contenuti.
L’obiettivo è trattenere l’attenzione.
Più tempo trascorriamo su una piattaforma, maggiore è il valore economico generato.
Per questo motivo gli algoritmi sono progettati per massimizzare coinvolgimento, permanenza e interazione.
Il problema emerge quando contenuti emotivamente estremi risultano particolarmente efficaci nel catturare l’attenzione.
Paura.
Rabbia.
Ansia.
Tristezza.
Shock.
Sono tutte emozioni che possono aumentare l’engagement.
Ed è qui che nasce la domanda giuridica più delicata.
Se un algoritmo identifica una vulnerabilità e continua ad alimentarla, dove termina l’ottimizzazione del prodotto e dove inizia la responsabilità?
Una battaglia globale
L’Italia non è un caso isolato.
Negli Stati Uniti migliaia di cause legali stanno contestando il design delle piattaforme social e il loro impatto sulla salute mentale degli adolescenti. Molte di queste azioni non si concentrano sui singoli contenuti ma sulle caratteristiche strutturali dei servizi: notifiche, scroll infinito, autoplay e sistemi di raccomandazione.
Anche in Francia alcune famiglie hanno avviato procedimenti contro TikTok sostenendo che l’algoritmo abbia favorito l’esposizione di adolescenti vulnerabili a contenuti legati al suicidio e all’autolesionismo. Le autorità francesi hanno successivamente aperto indagini specifiche sul ruolo dei sistemi di raccomandazione.
Quello che fino a pochi anni fa sembrava impensabile sta diventando una realtà.
Gli algoritmi stanno entrando nelle aule dei tribunali.
Dalla responsabilità dei contenuti alla responsabilità del design
Per decenni Internet è stato regolato attorno a una domanda.
Chi è responsabile di ciò che viene pubblicato?
Oggi ne sta emergendo una seconda.
Chi è responsabile del modo in cui i contenuti vengono distribuiti?
La differenza è enorme.
Perché sposta l’attenzione dal contenuto al design.
Dalla pubblicazione alla raccomandazione.
Dall’utente alla piattaforma.
E soprattutto mette sotto esame il cuore stesso del modello economico dei social network.
Il precedente che potrebbe cambiare tutto
Forse la causa italiana non porterà a una condanna.
Forse serviranno anni prima di ottenere una risposta definitiva.
Ma il semplice fatto che il procedimento esista rappresenta già una svolta.
Per la prima volta la domanda centrale non è se un contenuto fosse illegale.
La domanda è se una macchina progettata per massimizzare l’attenzione possa essere ritenuta responsabile quando continua a indirizzare una persona vulnerabile verso materiali sempre più dannosi.
È una questione che riguarda Meta.
TikTok.
YouTube.
Instagram.
Ma anche le future piattaforme basate sull’intelligenza artificiale.
Perché nel momento in cui gli algoritmi iniziano a decidere cosa vediamo, cosa leggiamo e cosa scopriamo, diventa inevitabile chiedersi anche quali responsabilità debbano assumersi.
La vera battaglia del prossimo decennio
Per anni abbiamo discusso di privacy.
Di raccolta dati.
Di sorveglianza.
Temi fondamentali.
Ma il prossimo grande scontro potrebbe riguardare qualcosa di diverso.
L’influenza algoritmica.
Non soltanto quali dati vengono raccolti.
Ma come vengono utilizzati per modellare l’esperienza umana.
La causa avviata in Italia potrebbe essere ricordata come uno dei primi tentativi di affrontare questa domanda davanti a un giudice.
E se ciò accadrà, non sarà soltanto un processo contro due piattaforme.
Sarà un processo contro l’idea stessa che l’ottimizzazione dell’attenzione possa essere considerata neutrale.
Perché quando un algoritmo decide cosa mostrare, sta già esercitando una forma di potere.
E il potere, prima o poi, viene sempre chiamato a rispondere delle proprie conseguenze.



