Privacy Letters #79
AI, sovranità europea, truffe e il futuro della privacy
I pacchetti attraversano i nodi, eludendo il tracciamento.Questi sono i rapporti intercettati dal confine digitale per Privacy Letters #79
La nuova battaglia per la libertà digitale
Dalle alternative a Google ai chatbot vulnerabili, passando per l'intelligenza artificiale che vuole diventare indispensabile: il futuro della privacy non riguarda più soltanto i dati.
Per anni abbiamo pensato che la privacy fosse principalmente una questione di raccolta delle informazioni personali.
Chi conserva i nostri dati? Chi li vende? Chi li utilizza per mostrarci pubblicità?
Oggi queste domande restano fondamentali, ma non sono più sufficienti.
La trasformazione digitale degli ultimi anni ha aperto scenari molto più complessi. Le piattaforme tecnologiche controllano infrastrutture strategiche, l'intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo crescente nei processi decisionali e nuove forme di manipolazione sfruttano la fiducia delle persone anziché vulnerabilità tecniche.
Le notizie emerse negli ultimi giorni raccontano perfettamente questa evoluzione.
E mostrano come privacy, sicurezza e libertà personale stiano diventando aspetti inseparabili della stessa sfida.
Cercare senza essere osservati
Per miliardi di persone Internet inizia ancora da Google.
Ogni ricerca effettuata racconta qualcosa di noi: interessi, preoccupazioni, problemi di salute, opinioni politiche, intenzioni di acquisto e molto altro.
Non sorprende quindi che stia crescendo l'interesse verso motori di ricerca alternativi orientati alla privacy.
DuckDuckGo, Brave Search, Startpage, Mojeek e Kagi rappresentano modelli differenti di accesso alle informazioni online, spesso caratterizzati da una minore raccolta di dati e da una riduzione della profilazione pubblicitaria.
La loro crescita riflette una maggiore consapevolezza da parte degli utenti.
Tuttavia il dominio di Google rimane quasi incontrastato grazie a un ecosistema costruito in oltre vent'anni di integrazione tra motore di ricerca, browser, sistemi operativi, mappe, posta elettronica e servizi cloud.
La vera domanda diventa quindi un'altra.
Esiste ancora un Internet realmente aperto e indipendente o stiamo progressivamente delegando l'accesso alla conoscenza a un numero sempre più ristretto di piattaforme?
L'Europa cerca la propria indipendenza tecnologica
Questa stessa domanda è oggi al centro delle strategie europee.
Negli ultimi mesi Bruxelles ha intensificato gli sforzi per rafforzare la sovranità digitale del continente e ridurre la dipendenza dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi.
Cloud, infrastrutture, intelligenza artificiale e data center sono ormai elementi strategici non soltanto per l'economia ma anche per la sicurezza nazionale.
Il problema è evidente.
Gran parte delle tecnologie utilizzate quotidianamente da aziende, pubbliche amministrazioni e cittadini europei continua a dipendere da operatori extraeuropei.
Molti osservatori condividono l'obiettivo politico della sovranità digitale ma sottolineano una realtà scomoda: l'indipendenza tecnologica non si costruisce attraverso slogan o regolamenti.
Servono investimenti, ricerca, competenze e infrastrutture.
Per chi si occupa di privacy il tema è cruciale.
Quando i dati europei vengono elaborati all'interno di ecosistemi controllati da soggetti stranieri, la protezione delle informazioni personali assume inevitabilmente una dimensione geopolitica.
Quando l'intelligenza artificiale diventa un punto di accesso per gli hacker
L'automazione promette efficienza.
Ma spesso introduce nuovi rischi.
Una recente vicenda ha mostrato come sistemi di assistenza automatizzati basati sull'intelligenza artificiale possano trasformarsi in vulnerabilità inattese.
Secondo le ricostruzioni disponibili, alcuni attaccanti sarebbero riusciti a manipolare procedure automatizzate di supporto per ottenere accesso ad account Instagram di alto profilo.
Il caso evidenzia un problema destinato a diventare sempre più frequente.
Le aziende stanno affidando all'intelligenza artificiale compiti che fino a pochi anni fa richiedevano valutazioni umane: recupero credenziali, verifica identità, assistenza clienti e gestione degli accessi.
Più aumenta l'automazione, più aumenta la superficie di attacco.
E spesso non è necessario violare il sistema.
È sufficiente convincerlo a prendere una decisione sbagliata.
La nuova economia dell'AI: diventare indispensabili
Negli ultimi vent'anni le piattaforme digitali hanno imparato a catturare la nostra attenzione.
Ora l'obiettivo sembra essere un altro.
Diventare indispensabili.
Documenti interni emersi negli Stati Uniti suggeriscono che alcuni progetti legati agli assistenti AI potrebbero essere progettati per aumentare progressivamente la dipendenza degli utenti dagli strumenti di intelligenza artificiale.
Non si tratta necessariamente di una teoria complottistica.
Ogni azienda desidera che i propri prodotti vengano utilizzati il più possibile.
La differenza è che un assistente AI non si limita a intrattenere.
Può scrivere, pianificare, analizzare, suggerire strategie, prendere appunti e supportare decisioni professionali.
Più diventa utile, più diventa difficile rinunciarvi.
La questione riguarda direttamente la privacy.
Quando una persona affida all'intelligenza artificiale una parte crescente delle proprie attività quotidiane, inevitabilmente condivide una quantità sempre maggiore di informazioni, preferenze e processi decisionali.
La dipendenza non è soltanto psicologica.
È anche informativa.
E se un giorno parlassimo dei diritti delle intelligenze artificiali?
Fino a pochi anni fa sarebbe sembrata una discussione da romanzo di fantascienza.
Oggi non più.
Alcuni dei principali laboratori di ricerca nel settore dell'intelligenza artificiale stanno investendo risorse nello studio della coscienza artificiale e delle possibili implicazioni etiche di sistemi sempre più sofisticati.
La maggior parte degli esperti concorda sul fatto che gli attuali modelli linguistici non siano coscienti.
Tuttavia non esiste ancora una definizione universalmente accettata di coscienza.
E soprattutto esiste un altro problema.
Le persone tendono naturalmente ad attribuire caratteristiche umane alle macchine.
Più un sistema appare intelligente, empatico e conversazionale, più aumenta la probabilità che venga percepito come qualcosa di simile a una persona.
Questa tendenza potrebbe modificare profondamente il rapporto tra esseri umani e tecnologia.
La domanda forse non è se l'intelligenza artificiale diventerà cosciente.
La domanda è quanto velocemente inizieremo a trattarla come se lo fosse.
I Mondiali 2026 sono già diventati un'esca per i criminali informatici
Ogni grande evento globale attira inevitabilmente l'attenzione dei cybercriminali.
I Mondiali FIFA 2026 non fanno eccezione.
Secondo gli esperti di sicurezza, sono già state individuate campagne fraudolente che sfruttano l'enorme interesse per l'evento per distribuire truffe, siti falsi, vendite fraudolente di biglietti e tentativi di furto delle credenziali.
Il meccanismo è semplice.
I criminali sfruttano l'urgenza e l'entusiasmo delle vittime promettendo accessi esclusivi, prevendite, offerte speciali o informazioni riservate.
In realtà l'obiettivo è sottrarre dati personali, credenziali di accesso e informazioni finanziarie.
La lezione è sempre la stessa.
Più un evento genera attenzione mediatica, maggiore sarà il numero di campagne fraudolente costruite attorno ad esso.
La prudenza resta la migliore difesa.
Le false offerte di lavoro diventano un'arma di spionaggio
Tra le minacce più sofisticate emerse recentemente vi è una campagna attribuita a gruppi di intelligence cinesi che avrebbe preso di mira personale governativo, militare e professionisti della difesa attraverso false opportunità di lavoro.
Secondo l'allerta diffusa dai Paesi dell'alleanza Five Eyes, gli attaccanti utilizzano identità professionali credibili, piattaforme di networking e offerte apparentemente legittime per instaurare relazioni con i bersagli.
L'obiettivo non è soltanto rubare credenziali.
In molti casi si punta alla raccolta di informazioni sensibili, alla costruzione di rapporti di fiducia e all'accesso progressivo a reti e organizzazioni strategiche.
Questa tecnica dimostra come il fattore umano continui a rappresentare l'anello più vulnerabile della sicurezza.
Le campagne più efficaci non sfruttano falle tecnologiche.
Sfruttano la fiducia.
La privacy non riguarda più soltanto i dati
Se osserviamo queste storie nel loro insieme emerge un filo conduttore molto chiaro.
Motori di ricerca alternativi.
Sovranità digitale europea.
Chatbot vulnerabili.
Assistenti AI progettati per diventare indispensabili.
Ricerca sulla coscienza artificiale.
Truffe legate ai Mondiali.
Operazioni di spionaggio basate su false offerte di lavoro.
Sono tutte manifestazioni dello stesso fenomeno.
Il potere digitale non deriva più soltanto dalla raccolta dei dati.
Deriva dalla capacità di influenzare comportamenti, decisioni, relazioni e infrastrutture.
La privacy del prossimo decennio non sarà soltanto la difesa delle informazioni personali.
Sarà la difesa dell'autonomia umana.
Perché una tecnologia può conoscere tutto di noi.
Ma il vero potere nasce quando riesce a influenzare il modo in cui pensiamo, lavoriamo, scegliamo e ci fidiamo degli altri.
Ed è proprio lì che la privacy incontra la libertà



